Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

venerdì 18 agosto 2017

Scendano le madri per strada.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved e vietata la riproduzione di testo e immagine.

Fermare una signora per strada, quasi mettendole paura, chiederle se posso scattare una fotografia e chiedere ancora a che cosa sta pensando mentre scatto. "Ai miei figli", risponde. Lo dice con un tono di voce che conduce alle infinità (eppure percettibili) di ciò che provano le madri. Anche oggi. Dopo quanto è accaduto. Anche prima. Anche prima, o se anche prima. Anche altrove. Ma oggi, soprattutto. Dopo quanto. Dopo ieri. E dopo. E prima. Primaedopoeoggi.

Mi ricorda mia madre, questa immagine: il suo meraviglioso sorriso che indicava la strada da seguire. Capace di tutto per proteggere "i suoi figli". Non soltanto con le preghiere, mai affidate a una chiesa o a un prete. Affidate al cielo. E punto. Quante madri ho incontrato, uguali, ovunque, in tutto il mondo, pronte a battersi, anche quando era troppo tardi.

Ascoltare le madri. Fino a capire l'immensa forza che hanno. Guerriere. Scendano le madri per strada, capaci loro per davvero di fare che bagnino il letto i dispensatori di violenza e provino vergogna e piccolezza e infine il sentimento del vuoto, rimediabile tuttavia, forse ancora, di fronte alla macchia, alla chiazza del bagnato. Capaci, credo, pensando a mia madre, alle madri, a queste madri, di farli a pezzi. Oh se capaci. Anche di farli a pezzi. Tutti quanti. Tutti quanti e. E senza eccezione. Consapevoli delle cose storte di questo mondo. Di tutte. Di. Tutte. Di quante sono. Loro. E nessun altro. Scendano le madri per strada. E soltanto. 

giovedì 17 agosto 2017

Sorelle nel dolore. E nell'ira.

(c) 2017 weast productions / vietata la riproduzione di testo e immagine.

Ho scattato questa fotografia due minuti prima che sul cellulare mi arrivasse la notizia urgente: “Veicolo sulla folla a Barcellona”. La vita. 

Ho scattato questo click a Bellinzona, che di Barcellona è sorella, non fosse che per l'assonanza delle lettere, messe una accanto all'altra. Non fosse che per quello stesso numero di lettere che ne compongono i nomi. Sorelle. Dopo quei due minuti, i primi corpi per strada. 

Quanti corpi per strada ho visto, nella mia vita. Corpi senza vita. 

L'onda d'urto di Barcellona li ha rimessi in movimento, come tronchi d'albero mandati giù lungo un fiume, mentre al bar, seduto fuori, con il sole che scambiava tutto per una vacanza, non per una pausa di lavoro, registravo la furia e la rabbia montare fra gli altri attorno a me, attaccati agli smartphones. La furia e la rabbia e l'ira farsi grandi e poi quasi immense. Immense e basta. 

Dolorose e annientatrici, furia rabbia ira mordono quando osservi l'odio che esseri umani vomitano su altri esseri umani. Sta crescendo, questa onda, questa onda di ritorno. Questa ancora sotterranea militanza che è tuttavia da prendere sul serio. Il cronista la registra. E si chiede: chi c'è dietro Barcellona? Chi si nasconde dietro queste azioni? La consapevolezza che c'è qualcuno, di opaco e non definibile (si fa per dire), e non è soltanto il criminale e terrorista radicalizzato che guidava il veicolo, spinge il cronista a partecipare alla discussione, manifestando il consiglio di usare il cervello, di applicare la conoscenza. Intesi entrambi, il cervello come la conoscenza, non come la coda che finisce fra le gambe del cane, ma come una forma di resistenza e di militanza. 

Quante storie ho raccontato, negli anni, nella speranza di raddrizzare i torti e di dimostrare che le bombe con i mandanti più diversi (quasi sempre i soliti noti) erano cadute sui luoghi sbagliati, sulle famiglie, sulle donne, sui bambini. Quanti colleghi hanno fatto la stessa cosa. Pagando con la vita. Ancora poche settimane fa. Pagando con mostri che vengono fuori di notte. E di giorno. Quante persone, fra quelle falciate a Barcellona, sono scese in strada, in Spagna come in altre città, per dire no alla guerra e no alle bombe? Tante. Non lo so, ma lo immagino. 

Com'è difficile, questo tempo. Per chi crede nella giustizia non urlata e non esposta ai riflettori, nella giustizia sottratta alla volgarità dell'egocentrismo e agli interessi tenuti nascosti fino all'ultimo, fino a che si può. Difficile per chi crede nella giustizia messa insieme, un pezzo minuscolo dopo l'altro, un anno dopo l'altro (e quanti sono?), finendo sparati e minacciati, fatti a pezzi dentro dalla paura e dalla delusione prodotta dall'essere umano, non sempre, ma quante volte, quasi sempre, dai. 

Questo ci fate? Chi ce lo fa? Chi? È una guerra parallela, che utilizza quelli che dentro hanno il vuoto, oppure l'odio e basta, oppure la merda (la merda, lo dico, la merda) ilvuotolodiolamerda per compiere crimini. 

Chiedo, sapendo di non valere nulla e di contare ancora meno, che si cerchino i burattinai. I mandanti. Non per assolvere i burattini. Ci mancherebbe. Ma per colpire duro i primi. Se c'è da nominarli, li nominiamo. 

È giunta la rivendicazione, la immaginabile (genuina e/o inquinata che sia, non cambia nulla).  Chiedo ai popoli per raccontare i quali (insieme ai torti, ai lutti e alle violenze da loro subiti) fratelli giornalisti hanno pagato con il sacrificio della vita (altri con incubi assorbiti e mai cancellabili), chiedo a questi popoli che generino un'onda incontenibile di protesta riversandosi per strada. Che urlino: “Basta”. Che manifestino lo stesso disorientato stordimento. A voce alta. Andando incontro a un ipotizzabile (non sempre, suvvia) sacrificio, tuttavia mai uguale a quello consumato dai miei fratelli reporter. Non passerebbero inosservati. Anzi.


lunedì 14 agosto 2017

Quando pensi.

(c) 2017 weast productions / vietata la riproduzione di testo e immagine.

Quante volte mi sono sentito, mi sento chiedere: "Cosa posso fare io per cambiare il mondo?". Rispondo: non lo so. E rispondo: basta che tu lo guardi.

Quando vai al lavoro, quando lavori, quando non hai nulla da fare, quando non vedi l'ora dell'aperitivo, non vedi l'ora di uscire con una bella ragazza o un bel ragazzo (vale anche per chi non ha più gli anni per questo sostantivo, insomma, qualcuno in più, e cosa cambia?), quando sei in coda, quando ti conti i soldi in tasca, quando pensi a quante persone hai fregato oggi, quando pensi che non hai fregato nessuno e non saresti capace di farlo mai (mai dire mai), quando pensi a quelli che ti hanno fregato, quando pensi che per soldi faresti di tutto o quasi e quando invece pensi che per soldi faresti soltanto le cose giuste da fare, quando capisci che hai fumato troppe Marlboro anche se non fumi da una vita, quando ti arrabbi e quando lasci correre, quando pensi che ti piacerebbe sapere scrivere o perlomeno parlare come si deve per mandarle a dire, quando vorresti dirle tu, direttamente, quando ti aspetta la mamma, vecchia come un ulivo, o tuo padre, vecchio come un ulivo, quando non ti aspettano più, quando pensi alla carriera, quando pensi alla politica, quando pensi a Facebook, a quello che ci scriverai questa sera, quando pensi che vuoi fare un figlio, quando pensi che tuo figlio è quello che fai nella vita, quando pensi a domani che è festa e che dio-benedica-le-feste, non sono mai abbastanza, quando pensi cosa faccio, pensi che non hai nulla da fare, quando pensi che è una vita che non fai un casso, a quello che avresti potuto fare, quando pensi a quello che farai ancora, quando un gatto nero ti attraversa la strada e pensi che comunque non attraversava: andava in giù, quando pensi alla guerra, a quelli che la fanno, quando pensi a chi la fa, alle facce che hanno, alle facce che hanno quelli che vanno a una manifestazione con il fucile e non li ferma nessuno, quando pensi che ti fermano se in macchina non ti metti la cintura, quando pensi che per andarci, lì, in quel posto, ti chiedono di tutto, di ricordarti di quello che pensavi quando eri un feto, quando ti prendono le impronte digitali, quando ti fanno una scansione della retina, quando pensi a dove andranno a finire tutte queste cose, quando pensi che il mondo è paese, oh se è paese, quando pensi a come cambiarlo anche se non cambierà mai.

Ecco: quando pensi a chi la fa la guerra, a chi butta le bombe. E perché. Quando pensi che hanno anche quelle facce. Quelle facce. Quelle che abbiamo appena visto. Quando pensi che il mondo esiste sempre da un'altra parte, mai a casa tua. Quando senti, forse, senti, che qualcosa potrebbe cambiare. Se soltanto guardassi. Lo sguardo è resistenza. 

sabato 12 agosto 2017

Divagazioni.

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Se è una cosa troppo intima da condividere, ditemelo. È questa: alzarsi il mattino, cercare due calzini che si assomiglino (non è che ne hai mille), sceglierli anche se uno è più lungo dell'altro, ma tanto li nascondi entrambi sotto i pantaloni, scoprire che il più corto non è soltanto più corto, è anche bucato, concludere che lo celerà la scarpa. Lo infili. Aspetta: e se finisci all'ospedale? Lì non puoi truccare. Le scarpe te le tolgono loro. Sarai anche mezzo morto, ma con un buco nel calzino sei morto tutto. La disgrazia sarebbe totale se si trattasse soltanto di un caso di curabile disidratazione: con te capace di intendere e di volere. Di intendere e di vedere: quello che direbbe il personale e come ti guarderebbe.

Conosco persone che escono di casa perfettamente vestite per il solo timore di finire all'ospedale. Non si può avere un'attenzione alla vita così pessimistica. Quante possibilità hai di finire all'ospedale nel corso della giornata, ipotizzando che tu faccia regolarmente gli scongiuri, una vita sana e regolata, attraversi col rosso e non attacchi briga con alcuno? Ammetto, tuttavia, che il contrario di questa attenzione, quindi la disattenzione, possa generare un mai prevedibile imbarazzo.

Un buco nel calzino è come il cellulare che alle otto di mattina suona per ricordarti che alle nove hai un appuntamento. Un buco nel calzino ti ricorda che potresti morire lasciando di te, di quello che hai fatto nella vita, soltanto lui: il buco.

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Posso divagare, ma nemmeno tanto? In Israele il Governo minaccia di chiudere gli uffici dell'emittente Al Jazeera, nella versione inglese e in quella originale in arabo. Proprio ora. Non hanno minacciato di farlo nemmeno durante la guerra in Libano e quelle di Gaza, durante l'Intifada. Old Bob Fisk vi ha scritto un articolo sull'Independent. Sta un po' troppo dalla parte di Al Jazeera, nel senso che secondo me capisce soltanto l'edizione inglese. Tuttavia: l'intenzione (o la minaccia) degli israeliani è un nuovo segnale di una direzione che il mondo sta prendendo. Se non stai con me, sei contro di me senza distinguo. Tendiamo spesso a ignorare fatti che avvengono lontano da noi, credendoli estranei alla nostra vita. Nulla di più ingannevole. Al Jazeera non è un'emittente libera: dipende da chi governa il Qatar, ci mancherebbe. Quante altre emittenti che producono anche informazione (e non soltanto in Medio Oriente) possono davvero dirsi libere dai poteri dentro gli Stati nei quali hanno depositato la loro ragione sociale?

L'informazione istituzionale, oggi, non è più potere: è soltanto emanazione di un potere, di più poteri. Di poteri che si fanno la guerra ideologica, economica e sul terreno. Nasce da qui l'indispensabilità di un'informazione libera sostenuta dal patto di fiducia sottoscritto con chi sceglie di seguirla. Ne riparleremo. Stiamo intanto a vedere come andrà a finire fra Al Jazeera e lo Stato israeliano. Ripeto: Al Jazeera non è il baluardo di un libero racconto del mondo, è soltanto una versione dei fatti. Una come tante, di cui abbiamo bisogno. Altrimenti, quante ne resterebbero? Una, due? E chi le sceglierebbe? Chi direbbe: questa sì, questa no?

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Torno al calzino bucato.

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In una cittadina francese, Arles, svolti l'angolo e finisci dentro l'insegna della Regìa municipale delle Pompe funebri. Leggi la scritta che dice: All'ascolto 24 ore su 24. Mette paura. Chi ascoltano al telefono: i morti? Leggi e rileggi e concludi invece che c'è qualcosa di consolatorio in questa insegna. L'hanno copiata dalle urgenze degli ospedali: non perdono tempo, sono pronti anche i becchini. Chiami e stai a vedere che ti resuscitano?

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Non bisogna vergognarsi di un calzino bucato. Significa che hai vissuto. Che vivi. Che cammini. Che osservi. Che guardi il mondo, con quelle due o tre cose che ti restano. Osservi, per dirne una, un ragazzo che bacia il suo cane, quasi lo bacia. Quante scene osserviamo andando in giro. Dovremmo essere liberi di andare in giro sempre. Siamo venuti al mondo per questo.

Il racconto del mondo significa girarlo anche quando non possiamo farlo, non ne abbiamo il tempo. Per scoprire ciò che ci piace e ciò che ci piace meno o punto. Anche per questo chiuderanno Al Jazeera in Israele, e fosse soltanto un problema geografico e di testata. Ripeto: non ritengo che AJ sia informazione libera, è soltanto una versione del mondo, legata al potere come molte altre. Serve, però, anche questa versione, per capire come siamo messi.

L'informazione libera, invece, è altra cosa: è sacrificio. Ne riparleremo.

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Mi piace questa coppia anziana che in Costa Azzurra, ferma al semaforo, alza le braccia verso il cielo e capisce di non avere un tetto sopra la testa. Viaggiano, lui e lei, a bordo di una carretta francese, ma si sentono liberi, anche se inchiodati al rosso. L'informazione libera è un po' come una macchina senza tetto. Un po'.







mercoledì 9 agosto 2017

Guardare la vita.


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Che la bellezza.
Immensa. Delle donne.
Che. E che.
Che sia.
Kesia.

Scattami.
Se non hai altro da fare nella vita.
Nella_vita. Scatta. Mi.
Dove sono le tue guerre? Poverocristo. D...
Dove?
Dove sono finite?
Infinite. Dove?
Le_tue_cazzo_di_guerre?

Grazie.
Scattata.
Non c'è respiro che tenga,
che ti sappia stare dietro,
tenere il passo con
il tuo non definibile mistero.
Il tuo non definibile sorriso.
La tua diciamolo pure bellezza.

Nello sguardo. Nel tuo sguardo.
Nel farne niente se non una cosa e basta.
Quello che avrai voglia che sia. E che
in
fine.
In fine.
Infine.

È.

Nel tuo sguardo ritrovo
non dico la pace
non dico la pace
non dico la pace
non dico la pace.
Non dico la pace, ma qualche cosa
che le assomiglia.

Seppure.
Da.
Da.
Da.
Da.
Da lontano.

Forse nemmeno tanto.
Basta questo. Tuttavia.
O se.
O.
Se.
Basta.

O se basti.

Basti tu.
Basta guardare.

Are.

Are.

Are.

Guardare la vita.

Ta.

Guardarti.

I.

Guardarla.

La.

A.

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martedì 8 agosto 2017

Vivere per sempre.

Viene fuori quel poco che ancora siamo capaci di vedere.
Di guardare.
Quello che abbiamo in comune:
la vita. Io e te. 
Frage mich. Frage mich, bitte.
Chiedimi di ripartire. 
Ordinamelo.
Strappami da ciò in cui credo. 
Promettimi mille docce
e infinite apparizioni.
L'acqua se ne andrà dai tuoi piedi,
senza fretta. Anzi.
Depositerà lettere indecifrabili (o quasi)
sul cammino che ti.
Che ti.
Che ti porterà a me. 
Quei tre metri che se
che se.
Che se non sarò morto
mi faranno vivere per sempre. 
Ci faremo,
fra le mille altre cose che ci faremo, 
anche mille risate.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

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lunedì 7 agosto 2017

Nel nome dei morti, Carla.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved / vietata la riproduzione di testo e immagine.

Nel nome dei miei amici giornalisti caduti, signora Carla, caduti per raccontare la guerra di Siria dall'interno, dal fronte, non dai confini (e fosse soltanto quella di guerra), in memoria di chi li ha sopravvissuti questi morti, le mogli, i mariti, i figli, le morose, le ragazze conosciute la sera prima di partire, senza pronunciare troppe promesse (non c'era il tempo e non c'era il senso) se non la garanzia di un ritorno che non c'è mai stato, nel nome dei giornalisti e delle giornaliste siriani e iracheni, fatti a pezzi, morti ammazzati, coraggiosi loro per davvero, senza che nessuno li notasse e li intervistasse, ragazzi e ragazze con il chiodo fisso della verità (della verità, capisce?), senza che nessuno concedesse loro platee e telegiornali, nel nome, signora, nel nome di un Signore che se esiste ha altro da fare e altro a cui guardare, nel nome di un Signore che, come lei, signora Carla Del Ponte, potremmo senza correre il rischio di consegnarci all'errore, anzi evitando l'errore e così vedendoci chiaro, definire televisivo, nel nome dei morti ammazzati dalla guerra, nel nome delle donne con la pancia aperta dalle schegge di mortaio, dei maschi senza più occhi, nel nome dei bambini, nel nome dei cecchini e delle loro vittime, nel nome delle vittime e basta, signora, nel nome dei bastardi, anche nel nome dei bastardi, nel nome degli esseri umani che non provano spavento, non lo provano più, di fronte a ciò che fanno, e nemmeno orrore e pentimento, di fronte a ciò che hanno fatto, che faranno, di fronte alla morte che portano ad altri esseri umani e di fronte alla morte che attendono consegnati a un fuoco maligno che li consuma, nel nome, signora, di tutte le storie che abbiamo raccontato, noi giornalisti povericristi, nel nome della prima linea, signora, sissignora, della prima linea, nel nome della paura, signora, nel nome dell'odore che ha la morte, signora, dell'odore che ha la morte, signora, nel nome della guerra, signora, nel nome della guerra. Nel nome della guerra quando i morti sono caldi. Ancora.

Le chiedo un atto di modestia, signora Carla Del Ponte, glielo chiedo personalmente, mettendoci il mio nome e la mia storia. Le chiedo di dire la verità, di cercarla dentro di sé: quando mai, aderendo alla Commissione di inchiesta dell'ONU (dell'ONU...) sui crimini di guerra e contro l'umanità in Siria (ci fosse soltanto la Siria), lei ha davvero potuto pensare, serenamente e la mano sul cuore, di essere libera di fare il suo lavoro? Quando? Le sue dimissioni, se arriveranno come annunciato, sono tardive. Chiamano a sé i riflettori. Negano però la memoria e la pietà che dobbiamo ai morti di Siria, ai morti della guerra. Signora Del Ponte: la guerra è un crimine. Spenda le sue energie cercando di evitare questa, di fermarla sul nascere. Mi creda: cercare, in una guerra come quella di Siria (e di Iraq, per restare a queste, e perché non altre, Yemen, Palestina e ancora?), i crimini penalmente perseguibili separandoli dalle invece tollerabili diverse mattanze fa, di chi persegue i primi e chiude gli occhi sulle seconde (lo sparo di un cecchino, ad esempio, la bomba intelligente fuori rotta) un complice dichiarato della guerra e della violenza. Un complice del fatto che si accetti che esseri umani possano impunemente ammazzare altri esseri umani a condizione che rispettino le leggi. Quali? Le sue?

Si schieri, signora Del Ponte, contro la guerra, non contro i crimini di guerra: la guerra è un crimine. Punto. Scelga l'ombra prodotta dall'assenza dei riflettori. Serve un po' di tempo per abituarsi: mi creda, non se ne pentirà.